Economia malata: PIL ed infelicità
Il denaro dà la felicità? C’è un rapporto fra la ricchezza che si produce in una data nazione ed il livello di soddisfazione dei cittadini membri di quella nazione? In altre parole, nella società attuale, Il reddito produce veramente sempre progresso, benessere e quindi una vita migliore?
Gli economisti hanno bisogno di misurare la ricchezza di un dato sistema economico attraverso dati oggettivi, misurabili, attraverso i cosiddetti “indici di sintesi” quelli, cioè, che con una sola cifra forniscono indicazioni di carattere generale, come è – ad esempio – il PIL, il prodotto interno lordo, che rappresenta il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti all’interno di un paese in un certo intervallo di tempo e che è, quindi, un indice generalmente utilizzato come indicatore del benessere e dello sviluppo di una nazione e della sua popolazione.
Un PIL in aumento, alto, significa più ricchezza prodotta e, a sua volta, la maggior ricchezza prodotta è generalmente considerata sinonimo di maggior benessere e di sviluppo.
Il limite del PIL sta, però, nel fatto che questo indice ignora completamente le attività che non comportano transazione di denaro, ma che sono comunque indicativi del progresso di un paese (come ad esempio il volontariato). Il PIL, fra l’altro, computa positivamente tutte le transazioni di danaro, ovvero tutte le spese, senza però distinguere le spese che generano benessere da quelle che non lo generano. Ad esempio: l’acquisto di una nuova auto è conteggiata sempre in modo positivo, mentre è realmente positivo se io acquisto per avere un auto più sicura, più comoda, più prestigiosa (tutto ciò mi procura felicità e benessere), ma diventa negativo se io acquisto una nuova auto a seguito di un incidente che ha distrutto quella che possedevo precedentemente. Pur generando una spesa, e quindi un aumento di PIL, in questo secondo caso l’acquisto è da considerare un evento negativo, che non mi procura né benessere né felicità. Ancora, se naufraga una petroliera riversando in mare milioni di barili di greggio, verrà speso denaro per i lavori di bonifica (che viene calcolato nel PIL), ma anche in questo caso il danno all’ecosistema non genera né benessere né felicità.
Se – come è accaduto in Italia un paio di anni fa - una presunta epidemia di influenza A fa spendere miliardi di euro in vaccini mai utilizzati, il PIL crescerà ma non la soddisfazione della gente. Un’alta criminalità che fa crescere spese legali, spese per un maggior controllo del territorio fa aumentare il PIL ma non il benessere; un terremoto devastante, una grave alluvione che costringe a costruire case, ecc. fa crescere il PIL. La guerra stessa fa crescere il PIL. Ma i cittadini sono felici? È progresso questo?
In rapporto agli inizi degli anni sessanta, le statistiche ci dicono che oggi possediamo mediamente procapite il doppio e anche il triplo di autovetture, TV color, apparecchi per l’area condizionata, capi di abbigliamento firmati, telefoni cellulari e case con tutti i comfort.
Perciò dovremmo essere tutti più felici, vero? Ed invece la risposta è no!
A dispetto di un PIL in continua crescita, la proporzione fra popolazione mediamente felice o infelice – ci dicono i sociologi – è rimasta rigorosamente la stessa nonostante la spaventosa crescita dei consumi e del reddito medio per abitante. E, d’altra parte, le nuove generazioni che sicuramente hanno molto di più delle generazioni degli anni sessanta, sono alle prese oggi con problemi di alcol, di droga, di solitudine, di insoddisfazione e di alienazione.
È evidente, perciò, che nel meccanismo della felicità entrano in gioco fattori che non sono misurabili solo con il PIL ma che sono, piuttosto, riconducibili al rapporto fra esseri umani e alla loro capacità di saper vivere in armonia una giusta e consapevole socialità. In altre parole la felicità nasce laddove c’è capacità e voglia di dialogo fra le persone, dove l’uno riesce ad aprirsi, raccontarsi, confidarsi e l’altro è bravo a percepire e comprendere le ansie, le paure, i sogni e le aspettative dell’altro.
Ma gli economisti, le banche, le borse sapranno percepire tutto questo? Sapranno capire che il denaro è importante ma che c’è primariamente bisogno di un’etica economica mondiale che è fin qui mancata? E ora che il sistema economico internazionale - così com’è stato concepito finora - è in evidente crisi, la governance mondiale saprà ripartire costruendo un’economia sostenibile, a misura d’uomo, che non ne mortifichi più la dignità come sta avvenendo oggi?